Daniele Valle
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Alla ricerca di sponsor

In Circoscrizione

In un momento di difficoltà finanziaria della Pubblica Amministrazione come il presente, diventa necessario ingegnarsi per trovare nuove risorse e garantire vecchi e nuovi servizi. Questo vale a maggior ragione per tutto quanto esce dal novero dei servizi fondamentali e assistenziali.

Per questo la Circoscrizione 3, unica (e prima!) in Torino, ha attivato tre bandi pubblici per l’individuazione di sponsor privati. 

Cerchiamo quattrini per stampare [36] la guida ai corsi sportivi ospitati nelle palestre scolastiche del nostro quartiere, in cambio di pubblicità sulla brochure stessa, o per realizzare [38] il Salone OFF di Fiera del Libro e I giorni dello sport e del volontariato, in cambio di uno stand espositivo durante queste manifestazioni (prossimamente vi parlerò di queste due iniziative). Cerchiamo anche chi voglia rifornirci [40] di gadget o materiale economale per il Centro Civico e la Piscina Trecate.

Insomma, accettiamo di tutto!

19 Aprile 2013

25 aprile

In Circoscrizione

Come ogni anno la Circoscrizione, in collaborazione con alcune realtà del territorio, organizza diversi momenti per celebrare la ricorrenza del 25 aprile. Commento semplicemente con una citazione di Emilio Lussu, tratta da Marcia su Roma e dintorni (lettura breve, sconvolgente ma alleggerita da un filo di ironia – amara – impedibile): Alla libertà si rimane fedeli nelle ore difficili. Quando è minacciata la si difende: quando è perduta si muore.


23/4 – ore 21.00 – CPEM in collaborazione con l’Associazione Culturale “Nessun Uomo è un’ Isola” – “Resistenza società e costituzione” – Spettacolo teatrale “Gli occhi di Leonilda”
Presso Museo Carceri Le Nuove via Borsellino 3

26/4 – ore 21.00 – Associazione Nessun Uomo è un’Isola in collaborazione con Accademia dei Folli – “Resistenza società e costituzione” – Spettacolo teatrale “Io sono partigiana” – presso Museo Carceri Le Nuove via Borsellino 3

29/4 – ore 17.00 ANPI in collaborazione con la banda del Cral TT Celebrazione del 68° anniversario della liberazione e del sacrificio di Dante Di Nanni – Via Di Nanni angolo via San Bernardino

E altri eventi sul nostro territorio li trovate qui.

19 Aprile 2013

Consiglio Aperto su via Vipacco

In Circoscrizione

Il Consiglio Circoscrizionale 3 è convocato in seduta ordinaria per il giorno: 

Martedì 16 aprile 2013 ore 20,30

presso lo Spazio Polifunzionale ex Venchi Unica
Via De Sanctis 12
(accessibile ai portatori di handicap)con il seguente Ordine del giorno

1)      Comunicazioni del Presidente e dei Coordinatori.

2)      Richiesta  presentata dai Consiglieri Geninatti Togli, Bello, Furnari, Bolognesi, Miletto e Bosticco  avente ad oggetto: “Situazione di degrado dell’area tra Via Vipacco e Via Val Lagarina. Quale futuro per il Centro d’Incontro?”
3)      Approvazione verbale.
 
 Riguardo al punto 2)  all’O.d.G. verrà presa in considerazione la possibilità di aprire la discussione ai cittadini.
 
E’ stato invitato a partecipare
L’Assessore al  Bilancio – Tributi  –  Personale e Patrimonio Dr. Gianguido PASSONI

16 Aprile 2013

Chi ha paura di Romano Prodi?

Cosa Penso

Marco Damilano – L’Espresso

Visto ieri in azione a Bari Silvio Berlusconi dava un’impressione di forza – la piazza stracolma, la colonna sonora da crociera pop, da Renato Carosone a Julio Iglesias, il calore (e anche il sudore) meridionale che è la vera cifra del movimento del Cavaliere, altro che animal spirits del capitalismo padano – ma in realtà era molto preoccupato e si vedeva. Oratoria più moscia rispetto per esempio alla manifestazione di piazza del Popolo del 23 marzo. Battute scontate, con qualche taglio rispetto alla scaletta ripetuta mille volte. E al momento clou del discorso, quando l’uomo di Arcore ha invitato la piazza a fischiare i candidati sgraditi al Quirinale, la paura di Berlusconi si è materializzata. Aveva il volto dell’unico uomo che l’ha sconfitto due volte: Romano Prodi.

Ieri è stata la giornata del Professore. Berlusconi gli ha scatenato contro i manifestanti di Bari: «Con Prodi al Quirinale ci toccherebbe andare tutti all’estero». I 48.282 votanti on line di 5 Stelle iscritti al Movimento entro il 31 dicembre lo hanno inserito, non sappiamo con quanti voti e in quale ordine, nella top ten dei candidati da votare come presidente, insieme a Rodotà, Zagrebelsky, Bonino, Caselli, Gino Strada, Dario Fo (sembra il giudizio universale, la classifica di “Cuore” di tanti anni fa), scatenando parecchie reazioni incazzate sulla Rete. Domani sapremo chi sarà il primo dei nomi indicati: ma di certo la presenza di Prodi tra i primi dieci è una novità clamorosa che autorizza fin da adesso i parlamentari grillini a votare per il Professore dalla quarta votazione in poi (quando basta il quorum della maggioranza assoluta per essere eletti: 504 voti).

C’è una sola forza che sulla candidatura di Prodi al Quirinale (che non è un’auto-candidatura perché non risulta nessun attivismo prodiano in tal senso) non ha ancora preso posizione. Per paradosso è il partito che l’ex premier ha contribuito a fondare: il Pd. Nessuna difesa ieri rispetto agli attacchi di Berlusconi. Nessun commento rispetto ai segnali di disponibilità del movimento grillino. Niente, Bersani tace, dopo aver lasciato passare per settimane l’idea che Prodi fosse il suo candidato in pectore, il presidente che gli avrebbe ri-affidato l’incarico di formare il governo, come se fosse un nome di parte, anzi, di corrente. Muti anche i notabili più influenti, da D’Alema a Franceschini a Enrico Letta.

Solo Nichi Vendola si è ribellato. Nel Pd parlano solo alcuni liberi pensatori come il senatore Walter Tocci, intelligenza con lunga e solida militanza a sinistra, mai stato prodiano, che ieri sull’ “Unità” ha contestato la linea ufficiale del partito, la ricerca di un’intesa con il Pdl per il Quirinale: «Un presidente di garanzia non può consistere nel proteggere il vecchio mondo politico che tramonta bensì nell’aiutare il nuovo che deve ancora sorgere. Si auspica un’ampia intesa, ma curiosamente viene ricercata solo tra i partiti, dimenticando che la metà dell’elettorato non li ha votati. La pacificazione nazionale bisogna cercarla anche con chi è fuori dal gioco politico. La vera garanzia è una rottura con il passato. Una donna. Figure di garanzia come Rodotà o Zagrebelsky. Oppure Romano Prodi, rimasto vittima di atti eversivi, come le infamie di Telekom-Serbia e la compravendita di parlamentari che in altri Paesi avrebbero condotto in rovina i responsabili». E parla un uomo autorevole e rispettato come il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Graziano Delrio, nella complicata geografia interna del Pd incasellato tra i renziani, che si è posto un semplice dubbio che in molti in queste ore si fanno nel partito e fuori: «Non capisco i veti su Prodi».

Il veto di Berlusconi, in realtà, si capisce benissimo. Meno si comprende il silenzio del gruppo dirigente del Pd che fatica a inserire il nome del suo fondatore perfino nella rosa in cui si affollano Marini, Finocchiaro, Amato, tutte figure degnissime e nobilissime, per carità, ma incapaci di garantire quel mix di esperienza, autorevolezza e novità che Prodi incarna. Lunghissimo corso, dalla presidenza dell’Iri democristiana (da cui fu estromesso in era andreottian-craxiana. E Michele Serra compose l’ “Ode a Romano Prodi cacciato dall’Iri”) alla presidenza del Consiglio alla Commissione europea all’attuale incarico da inviato Onu in Africa. «Pragmatismo, ma anche ostinazione, orientamento empirico unito però alla cocciutaggine, bonomia non disgiunta da una efficace e selettiva cattiveria (come fu detto con un’immagine icastica, Prodi gronda bontà da tutti gli artigli)», lo raccontò in un indimenticabile ritratto Edmondo Berselli. «Ai politici, abituati ai giochi di corridoio per strappare un assessorato, offriva la sensazione irresistibile del ritmo e del rumore della modernità».

Prodi ha modernizzato l’asfittico sistema politico italiano in almeno due versanti. Ha contribuito a sprovincializzare il dibattito, è un uomo di visione internazionale curioso del mondo globalizzato, il premier dell’euro, certo, ma anche lo studioso che si illuminava a parlare della Cina e delle tigri asiatiche già alla fine degli anni Ottanta quando qui da noi pensavamo ancora a Pechino come alla città proibita delle guardie rosse di Mao. Oggi è affascinato dall’Africa, il gigantesco continente nero in risveglio economico lo entusiasma come un bambino. Ed è un politico allergico alla conservazione. In venti anni il sistema politico italiano ha offerto tre innovazioni, il berlusconismo, l’invenzione della Padania leghista e oggi la democrazia diretta di Grillo. Solo una è arrivata da sinistra: le primarie, l’Ulivo, il Partito democratico. Cambiamenti impossibili senza la testardaggine del Professore (e la genialità politica di Arturo Parisi). Senza Prodi non ci sarebbero state né le primarie né il Pd e forse oggi i post-comunisti che aspirano al governo sarebbero ridotti in una riserva indiana. Per difendere le sue convinzioni, la difesa del bipolarismo e la necessità che la scelta dei governanti sia affidata ai cittadini, ha lasciato per due volte Palazzo Chigi, in mezzo a trasformismi, compravendite di parlamentari e patti inconfessabili di ogni genere.

In più, cosa che non guasta, il Professore è un cattolico non clericale, capace di affrontare una piazza ostile come quella mobilitata contro di lui durante il Family Day, più in sintonia con un papa religioso come Francesco che con la Cei trionfante e politicizzata del cardinale Ruini. Ed è un uomo che ha esercitato un grande potere e ricopre molta influenza ma che non ha mai smarrito il carattere popolare delle sue radici emiliane.

Chi ha paura del Professore? Forse la risposta si trova oggi ancora sull’Unità nell’editoriale del direttore Claudio Sardo: «Ci sono larghe intese utili: utili al Paese. Di questi tempi è tornata a crescere un’ondata presidenzialista: i difensori della Carta del ‘48 e del sistema parlamentare hanno una ragione in più per costruire un’intesa al primo voto. Se il Capo dello Stato fosse figlio di uno scontro frontale, perché non affidare la decisione direttamente ai cittadini?». Ecco qui un’altra buona ragione, quella decisiva, per votare Prodi al Quirinale: larghe intese così percepite sono una risposta di conservazione, una barricata innalzata non a difesa della Costituzione (magari!) ma di partiti sempre più deboli e di un sistema politico che ha totalmente smarrito ogni principio d’ordine. Ne resta solo uno, lo abbiamo visto in questi anni: il presidente della Repubblica. Costretto più volte a intervenire e a smettere i panni dell’arbitro per indossare quelli, se non del giocatore, almeno dell’allenatore: colui che fa la squadra.

Se è così, se siamo già in un presidenzialismo di fatto, il capo dello Stato non può essere un personaggio di secondo livello, un figura incolore che sta bene a tutti (una donna chiamata a mascherare di nuovo l’inciucio al ribasso sarebbe la beffa più atroce), un notabile uscito dalle trattative segrete di queste ore, dai vertici e dalle rose dei nomi, riti esoterici e occulti che mal si addicono alle esigenze di trasparenza che l’elezione di un presidente richiederebbe. Partiti deboli e terrorizzati (compreso Berlusconi) si preparano a eleggere un presidente dettato dall’equilibrio del terrore. Anche Grillo ha paura: di entrare in partita, di sporcarsi le mani. Serve più che mai, invece, un presidente traghettatore, cerniera tra il vecchio e il nuovo, garante di ciò che nella Costituzione non va toccato e motore di tutto ciò che invece va cambiato, e in fretta. In grado di sfidare anche Berlusconi sul tema finora tabù della riforma costituzionale e del presidenzialismo. E capace di ascoltare quello che si muove fuori dal Palazzo, quello che si agita nella società italiana.

Siamo al match fatale, in cui si scontrano due concezioni della politica. Politica come conservazione, convergenza tra ciò che c’è nel Palazzo. E politica come ascolto, interpretazione, mediazione delle domande di cambiamento che arriva dalla società. Prodi da anni è indubbiamente minoritario nell’establishment politico (e non solo): ma forse è proprio questo che mette paura.

15 Aprile 2013

Le nostre 4 cose

Cosa Penso

A quasi due anni dall’inizio di questa tornata amministrativa, condividiamo l’esigenza di dare un nuovo slancio al nostro impegno per Torino. In questi due anni abbiamo salvato la Città dal dissesto, con le unghie e con i denti, ma abbiamo continuato ad agire sul tracciato di politiche ormai insostenibili, date le ristrettezze finanziarie. Non abbiamo dato il via a nessuna vera riorganizzazione, dei servizi e della macchina comunale, non abbiamo progettato il futuro. Eppure quale miglior momento di questo per farlo? Coinvolgiamo la cittadinanza in questo grande sforzo di immaginazione sul domani e raccontiamogli la verità sull’oggi: la Luna, non ce la possiamo permettere.

E se vogliamo finalmente praticare una cesura con il ventennio amministrativo che ci ha preceduti, dandoci nuove mete e nuovi metodi, ci permettiamo di dire che non basta aggiustare la squadra di Giunta, lasciando inamovibili dirigenze ai loro posti. Bisogna dare il via a una profonda riorganizzazione dello straordinario patrimonio umano e professionale che rappresentano gli oltre 10.000 dipendenti del Comune, rimescolando competenze e responsabilità. Occorrono sguardi nuovi sulla Città che tutti conosciamo.

Noi buttiamo lì quattro idee, senza impegno, che non costano niente.

 

UN NUOVO PIANO REGOLATORE

Dopo più di duecento tacconi, è forse ora di cambiare la gomma della bicicletta. Non possiamo continuare con interventi parziali e slegati da un’idea complessiva di Città. Per questo proponiamo di:

– consentire, attraverso sistemi di perequazione, il trasferimento degli indici dalle aree a servizi alle aree, pubbliche o private, destinate a edilizia privata, creando la banca del credito edilizio che permetta all’Amministrazione di programmare lo spostamento di SLP (cubatura) da aree eccessivamente dense dal punto di vista abitativo ad aree da riqualificare, liberando spazi per i cittadini e per la realizzazione di servizi pubblici;
– individuare, tramite processi di partecipazione popolare (questionari, assemblee pubbliche,ecc…) le aree sfornite di servizi e localizzare questi servizi nelle aree ancora da riqualificare, private o no;
– congelare gli indici sul consolidato cittadino e porre vincoli forti sul territorio di carattere naturalistico;
– rivedere complessivamente al ribasso gli indici delle aree di trasformazione utilizzati finora;
– dotare il Regolamento Edilizio di un Allegato energetico avanzato, che obblighi a forti azioni di risparmio energetico e di piccola produzione di energia da fonti rinnovabili: spingiamo a riqualificare il vastissimo patrimonio edilizio cittadino anni ’50-’60.
La crisi degli affitti non si risolve costruendo nuove case: negli ultimi vent’anni non abbiamo fatto altro, eppure è di adesso il fenomeno degli sfratti diffusi e delle occupazioni abusive. Bisogna rendere conveniente affittare ed estremamente sconveniente tenere le case vuote.
La crisi occupazionale non si risolve costruendo nuovi supermarket: dietro una nuova assunzione in un centro commerciale, c’è una serranda che chiude o un banco che non esce dalla rimessa.

 

UN NUOVO PIANO DEI MERCATI

Con più di 40 mercati aperti tutti i giorni, Torino costituisce un unicum in Italia. Eppure di questi almeno la metà sono sempre più in sofferenza rispetto alla crisi economica e alla diffusione – esagerata – della grande distribuzione. La maggior parte sono tra quelli che il Piano dei Mercati (2005) definiva rionali o di copertura del servizio. È un lento declino, cui la Città assiste attendendo la morte naturale di questi importanti presidi e servizi di quartiere. Sarebbe meglio:
– accorpare a due a due, secondo criteri merceologici, dimensionali e geografici, questi mercati in crisi e lasciarli aperti metà settimana su una sede e metà settimana sull’altra. Si dimezzano le spese di pulizia e vigili urbani, si mantiene inalterato il presidio, si arricchisce il servizio, si ricostituiscono le dimensioni competitive del mercato;
– incoraggiare (e forzare!) le aperture pomeridiane di alcuni mercati, per incontrare le necessità di orario dei cittadini lavoratori;
– introdurre livelli di differenziazione tra mercati rispetto a Cosap e Tarsu: trattare alla stessa maniera situazioni differenti è ingiusto.

 

AIUTO ALLE NUOVE START-UP

La nostra Città si trova in una drammatica situazione di mancanza di lavoro che ci sta rapidamente portando in un circolo vizioso di estrema crisi economica e sociale. Siamo consapevoli che la soluzione alla mancanza di lavoro non potrà arrivare dall’ente pubblico e nemmeno, come troppo spesso accaduto in passato, dalle sue aziende. Noi crediamo quindi che sia fondamentale dare un impulso e sostenere attivamente le nuove piccole imprese che nascono sul territorio che al momento, a parte rari casi, sono spesso lasciate a loro stesse e messe a dura prova dalla burocrazia.

Proponiamo che il Comune di Torino si spenda da un lato per una semplificazione normativa, e dall’altro istituendo dei percorsi di accompagnamento all’espletamento delle pratiche burocratiche per tutte le nuove imprese che intendano avviare un’attività. Oltre a questo proponiamo la messa in pratica di agevolazioni fiscali, ad esempio per quanto concerne la Tarsu, per il primo anno di attività.

 

SERVIZIO DI CORRIERE UNICO PER IL CENTRO CITTA’

L’area centrale della nostra Città è notoriamente congestionata dal traffico, nonostante l’introduzione della ZTL, e presenta dei gravi problemi di inquinamento. Una quota importante di questi problemi sono generati dal traffico veicolare dei numerosi mezzi delle differenti compagnie di trasporto che ogni giorno smistano nelle strette vie del centro posta e merci.

Noi proponiamo di istituire un divieto di ingresso a tutti i mezzi dei corrieri nella zona centrale e parallelamente la creazione di un servizio gestito da un privato, in convenzione con la Città, che si occupi, tramite veicoli non inquinanti, elettrici, della consegna delle merci porta a porta. Questo servizio non risulterebbe un costo per la Città in quanto sarebbero le stesse aziende di trasporto a caricarsi dei costi, ricavandoli dai risparmi sull’ultimo tratto di trasporto.

 

Matteo Bono, Lorenzo D’Agostino, Francesco Daniele, Mattia Maggiora, Dennis Maseri, Michele Mastrogiacomo, Lorenzo Puliè Repetto, Riccardo Tassone, Daniele Valle.

 

http://www.lospiffero.com/ballatoio/la-nostre-idee-per-la-citta-908.html

 

e chi ci risponde

http://www.lospiffero.com/ballatoio/sulla-logistica-non-partiamo-da-zero-909.html

5 Aprile 2013

Riflessioni su una mancata vittoria

Cosa Penso

La mancata netta vittoria elettorale del PD alle politiche ha il valore di una sonora sconfitta: questa è la considerazione da cui partire.

Dall’armadio del passato abbiamo recuperato la Coalizione dei Progressisti e abbiamo rimediato una batosta peggiore di quella ricevuta da Occhetto nel 1994 (nel 1994 la coalizione di Occhetto prese 12,6 milioni di voti, pari al 32,8% dei votanti; la coalizione di Bersani ha ottenuto 10 milioni di voti, pari al 29,5%). Praticamente siamo riusciti a sbagliare un rigore a porta vuota!

Sarebbe ingeneroso attribuire al segretario Bersani tutte le colpe della sconfitta: questo risultato dimostra che un’intera classe dirigente del PD ha perso la capacità di ascoltare la gente normale.

Questa sconfitta però non deve indurci unicamente a una riflessione su scala nazionale, cioè a interrogarci sulla nostra incapacità di fare proposte politiche comprensibili, sull’inidoneità del nostro linguaggio, sulla riluttanza a dare risposte alla richiesta di rinnovamento e di abbattimento dei costi della politica.

La sconfitta è stata anche una sconfitta piemontese e torinese: in alcune circoscrizioni popolari di Torino (Vallette e Barriera di Milano) ed in tanti comuni della ex cintura rossa oggi i 5 Stelle sono il primo partito. Ecco perché non possiamo non interrogarci sul modo di essere del PD piemontese e torinese e su come operiamo all’interno delle istituzioni.

IL PD A LIVELLO LOCALE.

Mentre la società cambia e la domanda di partecipazione cresce con modalità nuove, mentre il web sorpassa la TV e crea partiti virtuali, il PD è strutturato ed opera secondo le logiche di un partito di massa del Novecento, con presidi su ogni territorio – mantenuti con fatica da generosi militanti – che però fanno sempre più fatica ad avere un dialogo vero con la comunità che li circonda: sempre più spesso infatti nelle nostre iniziative ci troviamo e ci parliamo solo tra noi, incapaci di interessare e mobilitare al di fuori dei nostri militanti.

Quando nel 2007 il PD nacque, alla base vi era l’idea delle primarie, del dare sovranità nelle nostre decisioni a tutti i cittadini elettori del centrosinistra. Questo strumento viene però vissuto con fastidio, è stato depotenziato con tentativi di tornare ad un modello di partito fondato sul tesserato. Da ultimo a Torino è ricomparsa la logica delle adesioni per pacchetti di tessere, spesso sganciati da adesioni personali effettive, gestiti con la stessa logica dei partiti della Prima Repubblica.

Il PD torinese e piemontese deve essere guidato da una generazione nuova, libera dai condizionamenti di fatto da parte di coloro che erano già classe dirigente nei partiti degli anni Settanta, persone di valore, ma con in testa un modello di partito che non rispecchia il mondo attuale.

Il partito deve recuperare la sua vocazione pluralistica e maggioritaria, sforzandosi di dare voce e rappresentanza a tutte le culture politiche che hanno concorso alla sua fondazione e che oggi sono divenute marginali al suo interno.

In parecchie circoscrizioni e comuni il PD è inesistente, non si riunisce neppure o è in mano a gruppi ristretti tesi più a coltivare la purezza ideologica che non un dialogo con il mondo di fuori. Le sedi hanno ancora immagini e simboli di partiti scomparsi vent’anni fa, che fanno pensare più ad un museo del Risorgimento che non ad un partito 2.0. 

Il PD ha perso voti ovunque, ma nessun segretario in tutta Italia ha sentito il bisogno di dimettersi dal proprio incarico. Alla fine è emersa la sensazione che non siamo stati tanto noi a non capire la società, quanto i cittadini a non capire noi!

IL PD NELLE ISTITUZIONI

Anche il nostro modo di essere dentro le istituzioni va rivisto.

Le logiche con cui ci muoviamo portano spesso ad avere sindaci o presidenti forti, ma giunte di una debolezza disarmante, con assessori spesso inadeguati, talvolta perfino arroganti. In Regione anche per questo abbiamo perso le scorse elezioni. Le assemblee elettive vengono spesso viste con insofferenza e fastidio da sindaci e assessori: occorre invece che venga loro riconosciuta la dignità propria di un organo che ricava la propria legittimazione direttamente dai cittadini e che può essere di aiuto per evitare che chi guida l’amministrazione compia errori o si distacchi troppo dai cittadini.

Molte volte diamo l’idea di non essere interessati ad ascoltare i cittadini, ma di avere già noi tutte le risposte. Spesso sembriamo più attenti a perpetuare una storia che non a costruire un futuro migliore per tutti. Chiamiamo di frequente in causa la società civile, ma poi occupiamo tutti i posti di sottogoverno con i fedelissimi del gruppo di potere che guida la singola amministrazione.

Vendiamo con facilità monopoli naturali come aeroporti ed inceneritori, ma per noi alcuni santuari storici creati da nostri compagni di partito sono intoccabili.

DOBBIAMO CAMBIARE E SUBITO

Sta esaurendosi la spinta che dal 1993 ha saldato intorno ad una classe politica di centro-sinistra le forze migliori della società, coinvolgendole in un processo di governo e di trasformazione della città e della provincia durato vent’anni. Se non riconosciamo che siamo alla fine di un’epoca, non possiamo ripartire con le energie e le forze nuove che in questo tempo sono maturate.

Una nuova Torino e un nuovo Piemonte sono cresciuti, nuove risorse sono oggi sulla scena: nuovi imprenditori, anche giovani e globali, nuovi professionisti, nuovi animatori di esperienze di volontariato. Ci sono talenti, anche fuori dal Palazzo, mani che non bussano alle porte delle istituzioni perché non hanno l’ansia dell’incarico pubblico, perché la loro vita è altrove. Ma credo che anche di queste persone oggi la politica abbia bisogno per portare aria nuova dentro un mondo sempre più asfittico.

Oggi siamo in tanti a dire questo cose. Due anni fa, o anche solo due mesi fa, eravamo in pochi. Dobbiamo però evitare il gattopardismo: la corsa a cambiare casacca ed opinione, ma solo all’apparenza, per mantenere invece nei fatti tutto come prima.

La situazione attuale ci pone una forte responsabilità: non abbiamo bisogno di parole, ma di gesti concreti. Su questo infatti si misurerà la capacità di riscatto del PD.

PARLIAMO DI PROPOSTE CONCRETE

Con spirito costruttivo proviamo a elencare alcune proposte, frutto di una riflessione collettiva, che ci piacerebbe fossero oggetto di discussione, di critica o foriere di ulteriori controproposte all’interno degli organi del PD, nella consapevolezza che nessuno di noi ha la verità in tasca, ma che tutti possiamo e dobbiamo contribuire a superare questo difficilissimo momento.

In attesa dell’elezione dei nuovi segretari tramite primarie, integrare e modificare le segreterie di partito, investendo di responsabilità una nuova squadra, rinnovata e riconosciuta per capacità, per gestire la transizione, fuori da equilibri di corrente, ma con dimostrato radicamento sociale; sperimentare nuove regole di governance e di legittimazione degli organi, provando a superare la logica del tesseramento specie nei territori in cui si evidenziano situazioni abnormi;

Avviare il progetto PD Torino 2.0: nuovi coinvolgimenti online, utilizzo delle piattaforme web per favorire una nuova partecipazione all’azione di partito; ricorrere allo strumento del referendum e delle petizioni, sul doppio binario, online e territoriale, sul modello della campagna contro la vendita degli ospedali avviata dal gruppo regionale;

Integrare il modello di partito organizzato su base orizzontale (cioè per circolo di territorio) creando organizzazioni verticali, trasversali ai livelli di governo, competenti per materia, finalizzate a elaborare politiche su singoli temi; misurarne l’attività e l’efficacia; non appaltare alle giunte degli enti locali le decisioni sulla linea politica del partito;

Dar vita a una sorta di stati generali: una campagna di ascolto di tutte le formazioni sociali del territorio per allinearci sui problemi e confrontarci sulle soluzioni;

Ridefinire una immagine nuova e coordinata del PD e delle sue sedi decentrate, in un’ottica di apertura a nuove partecipazioni, superando eccessi di radicamento nel passato;

Superare le logiche di spartizione interna dei membri indicati dal PD nelle giunte, con conseguente perdita di ruolo dei componenti dell’esecutivo; rimettere in toto ai sindaci o presidenti eletti la responsabilità della composizione degli esecutivi, equilibrata però da un’azione netta e puntuale di valutazione del loro operato da parte delle assemblee elettive;

Terminare la rincorsa alle emergenze e alle scelte dettate dalle necessità insuperabili dell’ultima ora; ritornare alla logica dei beni comuni: no alle privatizzazioni per principio, ma anche no alla salvaguardia per principio di tutto l’esistente;

Utilizzare nuovi sistemi di selezione della classe dirigente allargata, cioè delle persone della società civile da chiamare alla guida di enti o società partecipati dal pubblico; adeguarsi alle nuove leggi con la nomina di CdA ridotti nel numero (tre amministratori, di cui due dipendenti dell’ente locale controllante e un AD tecnico cui affidare tutti i compiti di gestione) e maggiore rispetto all’equilibrio di genere; far rispettare i limiti di legge sulle retribuzioni degli amministratori delle partecipate; creare Advisory Board in cui chiamare a titolo gratuito le migliori professionalità della società civile;

Garantire il rispetto del limite massimo dei mandati per tutti gli incarichi elettivi o di governo.

 

Davide GARIGLIO         Silvia FREGOLENT        Stefano LEPRI                      

Alberto AVETTA           Roberto CAVAGLIÀ     Davide FAZZONE

Guido ALUNNO            Domenica GENISIO      Domenico MANGONE 

Marco MUZZARELLI     Daniele VALLE

5 Aprile 2013

Il berlusconicidio senza monetine

Cosa Penso

Claudio Cerasa – Il Foglio

 

All’interno della gettonatissima pellicola sull’uccisione politica del Caimano, nel Pd esistono due scuole di pensiero molto diverse che in queste ore si stanno confrontando per capire quale potrebbe essere il modo migliore per girare quell’atteso finale che il popolo del centrosinistra attende da anni: il berlusconicidio.

Se una buona parte del Pd – e in particolare quella che per decenni si è abbeverata al velenoso calice del dipietrismo che oggi sembra aver trovato nuova linfa nel corpaccione del grillismo chiodato,

 

sogna di regalare ai propri elettori il fotogramma di un Berlusconi che esce di scena con i ferri alle mani e una pioggia di monetine sopra la testa – c’è un’altra fetta del partito che da tempo lavora per un finale diverso, che prevede sempre l’esecuzione di Berlusconi ma che ai proiettili e le manette preferisce il fioretto e la politica.

E così, andando a leggere in controluce le parole messe sul piatto in questi giorni dai maggiori protagonisti della vita del centrosinistra, si scopre che gli unici che hanno mostrato, seppur con timidezza, una certa volontà di sfidare il capo dell’opposizione senza colpi bassi e senza tintinnii di manette sono stati senza dubbio i deputati e i senatori più vicini all’universo renziano.

Lo avrete notato: sono stati loro i primi a riconoscere che Berlusconi non ha tutti i torti quando dice che se Bersani vuole fare un governo deve dialogare con il Pdl (Matteo Renzi, 23 marzo); sono stati loro i primi a riconoscere che Napolitano non ha tutti i torti quando dice che per il paese sarebbe una sciagura andare al voto senza tentare di fare un governo con i secondi arrivati alle elezioni (Graziano Delrio, 12 marzo); sono stati loro i primi ad ammettere che una candidatura al Quirinale di un antiberlusconiano sarebbe il modo peggiore per far partire un governo (Matteo Richetti, 3 aprile); e sono sempre stati loro i primi a dire che sarebbe una follia mettere fuorigioco il capo dell’opposizione con una legge ad hoc (Alfredo Bazoli, 28 marzo).

La ragione dell’antiberlusconismo temperato di cui si è fatto portavoce il mondo renziano non è legata a una pura questione di tattica ma ha una spiegazione di carattere squisitamente politico che il sindaco ha sempre rivendicato nonostante i molti attacchi ricevuti da chi da sempre lo osserva come una specie di cavallo di troia del berlusconismo. Renzi, si sa, non ha mai fatto mistero di considerare letale per l’identità del Pd l’atteggiamento di subalternità psicologica coltivato nei confronti del Cavaliere e in diverse occasioni, anche recenti, ha ricordato che a suo modo di vedere è stata proprio l’ossessione per Berlusconi ad aver costituito il vero elemento di fragilità del mondo del centrosinistra.

“La loro ossessione per il Cavaliere – ha scritto Renzi nel libro “Fuori!” – è anche la loro legittimazione, l’unico modo per dare un senso al proprio impegno. E, paradossalmente, tutto ciò fa il gioco del Cavaliere, che ha molto da guadagnare da un’opposizione pregiudiziale e ideologica”.
Che la rottamazione renziana sia da intendere anche come una rimozione forzata dei vecchi tic del centrosinistra lo si è intuito non solo in quel pomeriggio del 2010 quando il sindaco raggiunse ad Arcore Berlusconi (scandalo!) ma anche quando nel luglio 2012 il Rottamatore prese carta e penna per spiegare a Sandra Bonsanti, presidente della zagrebelskiana Libertà e Giustizia, per quale ragione la sinistra non sarebbe mai diventata vincente senza abbandonare il pregiudizio antiberlusconiano.

“Qualcuno – scrisse Renzi – mi accusa di intelligenza col nemico perché ho detto che voglio i voti di queste persone, giudicandoli fondamentali per tornare a vincere. Voglio convincerli a stare con noi, perché noi non li deluderemo. Ma voglio convincerli, più banalmente, perché senza di loro non si vince. E considerando che la vostra generazione ha raggiunto il paradosso di proclamare l’antiberlusconismo regalandoci a sua insaputa vent’anni di berlusconismo, beh, sappiate che toccherà a noi rimediare…”.

Renzi, dunque, tornando alla pellicola sul Caimanicidio, sogna un finale in cui il Cavaliere non esce di scena con i ferri alle mani e le monetine sulla testa ma in cui Berlusconi viene sonoramente sconfitto alle urne. Bersani ci aveva provato ma Berlusconi è rinato (e, coincidenza delle coincidenze, la rinascita si è materializzata proprio di fronte ai suoi nemici: ricordate quella sera da Santoro?) e ora è di nuovo in testa ai sondaggi e si prepara alle elezioni.

Un po’ come Renzi, che anche ieri ha fatto intendere che di questo passo le urne sono davvero più vicine (“stiamo perdendo tempo”). Lo scenario è questo. E chissà che allora per il sindaco non si stia avvicinando il momento di girare il suo finale e dimostrare che per far fuori Berlusconi non servono le monetine ma serve qualcos’altro. Serve sfidarlo. Serve inchiodarlo. Serve molto più semplicemente batterlo sul campo.

 

 

4 Aprile 2013

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