Daniele Valle
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Per promuovere la sostenibilità bisogna essere radicali

Cosa Penso
CORRIERE DELLA SERA – OPINIONI
20 luglio 2018 – 17:20

di Mario Calderini

Ricorderemo questi mesi come quelli nei quali è diventato evidente, su scala globale, quale sia il prezzo vero ed ultimo della non sostenibilità: lo sgretolamento delle istituzioni, lo svuotamento culturale e valoriale delle stesse e le conseguenti imprevedibili trasformazioni sociali e del nostro vivere civile. Indugio su questa riflessione dopo aver ascoltato Enrico Giovannini presso la Fondazione Feltrinelli, e penso che benché avessimo previsto un conto salatissimo per la sostenibilità mancata, lo avevamo immaginato differito nel tempo e non certo in questa forma così improvvisa a violenta. E invece il frutto avvelenato di un modello di crescita non sostenibile si presenta oggi ed improvvisamente in forma di diseguaglianza, esclusione e rabbia sociale. Da questo nasce l’urgenza e l’imperativo di ridefinire i termini dell’agenda di sostenibilità, passando dalla fase dell’advocacy e della narrativa alla fase della radicalità. Radicalità significa non accondiscendere, in campo finanziario o imprenditoriale, ad interpretazioni di maniera del concetto di sostenibilità, relegandolo ad una dimensione di marginalità e lateralità. Radicalità significa per imprenditori, investitori e filantropi riconoscere l’insostenibilità di un modello nel quale si allocano risorse proprio a quelle attività che generano squilibri e diseguaglianza per poi tentare di mitigare le conseguenze delle stesse con azioni compensative di supposta responsabilità. Radicalità significa anche non confondere le ovvie esternalità positive che ogni investimento in un’impresa ben gestita è in grado di generare, con un impatto sociale o ambientale intenzionalmente perseguito e raggiunto.

La responsabilità sociale d’impresa genericamente intesa non è radicale, così come non lo è la finanza che si compiace nell’aggettivarsi etica, sociale, sostenibile o verde. Non è radicale quell’esercizietto rendicontativo che è il bilancio sociale o ambientale, non è radicale il richiamo ossessivo e consolatorio ai criteri ESG. Tutto virtuoso, importante ed apprezzabile, in quanto in linea con i fondamentali obiettivi di Agenda 2030, ma privo della radicale capacità trasformativa che è oggi necessaria per contenere la deriva sociale e istituzionale. Ed è proprio la capacità trasformativa il segno che deve qualificare le azioni che ambiscono ad iscriversi in un’agenda di sostenibilità robusta, concreta e strutturata. Capacità trasformativa che si declina nella ricerca di soluzioni a problemi sociali emergenti con modelli di intervento caratterizzati da intenzionalità, misurabilità e addizionalità. Intenzionalità significa incorporare inscindibilmente la ricerca della soluzione nel modello di intervento o di business, eventualmente accettando consapevolmente di sacrificare parte del risultato economico, misurabilità significa saper dare conto della soluzione raggiunta, addizionalità significa farlo in aree di intervento nelle quali i normali meccanismi di mercato non funzionano appropriatamente. Se è per certi versi scontata l’applicabilità di questi criteri nel terzo settore, molto più selettiva è l’applicazione degli stessi alle forme di impresa o di attività finanziaria che operano nei settori tradizionali.

La radicalità consiste, a mio parere, nel distinguere selettivamente sulla base di questi criteri, non per separare buoni e cattivi o giusti e sbagliati, ma semplicemente per dare i nomi giusti alle cose giuste. Perché se tutto è sostenibilità, nulla è sostenibilità, se tutto è responsabilità d’impresa, nulla è responsabilità di impresa, se tutto è impatto sociale, nulla è impatto sociale. Proprio il settore finanziario è oggi un esempio plastico della possibile deriva strumentale che può assumere l’adesione massiva alla narrativa della sostenibilità e dell’impatto sociale cui stiamo assistendo. Il 2018 sarà ricordato come l’anno della finanza ad impatto sociale, per numero e rilevanza delle iniziative. Una buona notizia dunque, perché se intendiamo l’impact investing come l’insieme degli strumenti definiti dai tre criteri sopra descritti, significa che si stanno liberando risorse al servizio di una grande azione trasformativa, sostenendo imprenditori capaci di trovare soluzioni innovative, concrete e di grande scala alla diseguaglianza, all’esclusione e al disagio. Una pessima notizia invece, se questa proliferazione si traduce semplicemente in impact-washing, una vuota ri-etichettatura di strumenti finanziari del tutto sconnessi da bisogni e problemi reali e dalle relative soluzioni. Perché, le soluzioni, in fondo, sono l’unica cosa che veramente conta.

*School of Management Politecnico Milano

26 Luglio 2018

La petizione Welcoming Europe, con l’umanità che soffre per salvare la nostra

Cosa Penso
[QUI l’articolo originale su AVVENIRE.IT – martedì 17 luglio 2018]

Porti che si chiudono. Muri che si alzano. Frontiere che ritornano. Centinaia di disperati in fuga dalla guerra, dalla povertà, dalla fame non sono più accolti come persone, ma considerati una massa indistinta da respingere, numeri senza volto da dislocare. Le motivazioni che spingono uomini, donne e bambini a lasciare tutto e ad attraversare il deserto e il mare a rischio della vita, le loro storie, le loro aspirazioni, sembrano interessare a pochi.

Di fronte alla sfida globale delle migrazioni, l’Europa – che all’indomani della seconda guerra mondiale e dell’Olocausto aveva saputo risollevarsi e promuovere una politica di pace e solidarietà tra i popoli – pare aver smarrito alcuni valori comuni e quei princìpi di civiltà su cui si fonda. A prevalere sono egoismi, chiusure e, sempre più spesso, l’aperto rifiuto di accogliere chi nel continente cerca protezione o un futuro diverso per sé e i propri cari.

Come rappresentanti di enti ispirati dal messaggio evangelico e impegnati a vario titolo nell’ambito delle migrazioni e del sostegno ai più fragili tra i nostri concittadini, siamo preoccupati per il clima di disprezzo che viene continuamente alimentato. Davvero l’umanità si è degradata a tal punto? Davvero il sentimento oggi prevalente nella nostra società è l’indifferenza verso la sorte di altri esseri umani? Confortati e sollecitati dalle parole di papa Francesco, noi non crediamo che ci si debba arrendere all’idea che i sentimenti di fraternità, solidarietà e accoglienza, che sono all’essenza del Vangelo e le radici dell’Europa unita, non riescano più a scuotere le coscienze delle persone.

Al contrario, siamo convinti che sia importante lavorare sul piano culturale per promuovere un racconto diverso del fenomeno migratorio e, in quest’ottica, consideriamo incoraggianti le prese di posizione come quella della Corte costituzionale francese, che ha recentemente decretato che aiutare i migranti non è reato e che vale il principio della ‘fraternità’. Pensiamo che, sul piano politico, ci sia bisogno di un approccio inclusivo capace di allargare la cittadinanza e di promuovere coesione sociale e sicurezza per tutti. Per questo, un anno fa, abbiamo sostenuto in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare ‘Ero Straniero’ e la riforma della cittadinanza in favore dello ius sol temperato e dello ius culturae.

Per questo oggi sosteniamo l’Iniziativa dei Cittadini Europei «Welcoming Europe. Per un’Europa che accoglie», che, partendo dal principio irrinunciabile per cui ogni vita va protetta e salvata, chiede di decriminalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri per i rifugiati e proteggere le vittime di abusi. L’obiettivo è raccogliere un milione di firme in almeno sette Paesi dell’Unione Europea, per invitare la Commissione a presentare un atto legislativo in materia di immigrazione. Invitiamo tutti a conoscere la proposta e a firmarla online sul sito www.welcomingeurope.it.Ribadiamo che prima di tutto vengono le persone con la loro dignità e riteniamo quindi necessario far riemergere il patrimonio di solidarietà e fraternità che, pur presente, oggi fatica a manifestarsi. Lo dobbiamo fare non solo per salvare vite che rischiano di essere cancellate, ma per salvare l’umanità che è in noi.

don Virginio Colmegna, Fondazione Casa della carità ‘A. Abriani’

padre Claudio Gnesotto, Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo

padre Camillo Ripamonti, Centro Astalli

don Armando Zappolini, Cnca – Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza

25 Luglio 2018

POPULISMO? COLPA NOSTRA

Cosa Penso

Per contrastarlo occorre partire dall’autocritica. E dall’alleanza per il progresso globale

Testo di Matt Browne (Fondatore del think thank Global Progress)
pubblicato da “la Stampa” – Traduzione di Carla Reschia

Nella lotta contro l’ ondata populista e autoritaria non c’è alcuna pallottola d’argento risolutiva. Sarà un lungo percorso che ci richiederà di cambiare rotta riguardo alla disuguaglianza, rispondere sinceramente alle preoccupazioni degli elettori, ricostruire e rinnovare il contratto e il capitale sociale, aggiornare e salvaguardare le istituzioni essenziali.

Senza dubbio il modo migliore per iniziare questo viaggio è valutare i nostri errori e pensare a come dobbiamo cambiare.

Non c’ è nulla di intrinsecamente virtuoso nella pratica politica tradizionale degli ultimi decenni, né in quella di centro-sinistra né in quella di centro-destra. Molti di noi non sono riusciti a stare al passo con i tempi nel modo di comunicare, di organizzarsi e impegnarsi. Quale che sia l’ approccio che adottiamo, bisognerà affrontare le legittime critiche all’ establishment politico.

In primo luogo, quando si parla di politica, le nostre piattaforme non possono essere completamente slegate dai desideri degli elettori. Dobbiamo rispondere con serietà, onestà e in modo esauriente alle preoccupazioni dell’elettorato sull’ immigrazione, l’ irresponsabilità dei potenti interessi che agiscono nel mondo degli affari o del settore pubblico e sulla rivoluzione tecnologica in atto.

Se prendiamo atto, ad esempio, che negli ultimi due decenni nell’ economia globale sono avvenuti cambiamenti epocali, è forse giunto il momento di accettare l’ idea che alcuni piccoli aggiustamenti alla politica economica e la riforma dello Stato sociale siano una risposta inadeguata.

Spesso ignoriamo che uno dei temi centrali della campagna di Trump era il lavoro. Che si sia o meno a favore del reddito di cittadinanza – io non lo sono – è giunto il momento di pensare in modo radicale a una nuova agenda economica di inclusione e responsabilizzazione.

Tutte le idee, compresa la garanzia del diritto al lavoro o all’ occupazione, dovrebbero rappresentare una gradita aggiunta a questo dibattito.

RIDEFINIRE IL PATRIOTTISMO

Allo stesso modo, le preoccupazioni sull’ immigrazione, l’ integrazione e la sicurezza hanno trasformato radicalmente la politica in tutto il mondo occidentale – sono state senza dubbio al centro del voto sulla Brexit in Gran Bretagna e dell’ elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Si può benissimo non essere d’accordo con la maggior parte degli elettori in materia di immigrazione e deplorare il modo in cui l’argomento è stato stravolto dagli estremisti e dalla stampa scandalistica – io sicuramente sono su questa posizione.

Ma è impossibile ignorarlo, tanto meno pretendere che al riguardo l’opinione pubblica sia agnostica. Arriverei a dire che è questa oggi la principale linea di frattura nelle elezioni occidentali. Resto del parere che si possa proporre una politica progressista di migrazione gestita.

Ma nel farlo dobbiamo partire dal reale orientamento delle persone, non da quello che vorremmo avessero, e dimostrare che abbiamo il controllo della situazione e abbiamo un piano. Attualmente gli elettori si sentono traditi dalla nostra posizione e dalla nostra retorica. Persino Emmanual Macron, forse il più eloquente sostenitore di una società aperta nell’attuale panorama politico europeo, ha dato un giro di vite alle leggi francesi sull’ immigrazione e l’asilo.

In secondo luogo, dobbiamo riformare la nostra politica. Per iniziare, dobbiamo smettere di essere condiscendenti e paternalistici. Parte dell’attrattiva della politica culturale è la percezione che le élite centriste siano troppo sbrigative nel respingere o etichettare alcuni elettori. Negli Stati Uniti gli ormai famigerati commenti dell’ ex presidente Barack Obama sulle persone che «si attaccano alle armi o alla religione» hanno contribuito alla convinzione che la società sia effettivamente divisa tra un’ élite condiscendente e la gente comune, proprio come sostengono i populisti.

Le argomentazioni secondo cui alcuni aspetti dell’ integrazione e dell’ assimilazione non stanno andando bene in alcune società occidentali – o che il cambiamento sociale e economico è troppo rapido – non dovrebbero essere automaticamente etichettate come razziste, bigotte o luddiste. Dobbiamo iniziare dal punto in cui si trovano gli elettori, prendere sul serio le loro preoccupazioni e trattarli con rispetto.

Abbiamo anche bisogno di sviluppare una nostra politica di identità inclusiva. Il senso di appartenenza a una comunità politica non è necessariamente una forma di bigottismo. Anche se i populisti autoritari sfruttano i sentimenti patriottici per ricreare un’ idea nostalgica di un passato più semplice e più puro, i politici tradizionali non dovrebbero rifuggire il patriottismo. Dovrebbero, invece, cercare di usare la stessa emozione per mostrare una visione positiva, tollerante, diversificata e inclusiva dell’ identità nazionale.

Vale a dire, dobbiamo rivendicare e ridefinire il patriottismo. I politici in gamba possono riscattare il patriottismo dai sovranisti. In terzo luogo dobbiamo rendere la società più democratica. Uno dei fattori che veicolano insicurezza e frustrazione nelle nostre società è la sensazione diffusa di aver perso il controllo della propria vita.

A questo risponde la promessa populista di togliere il potere a una élite corrotta o compromessa per affidarlo a un leader forte che governi in nome del popolo. Questa non è democratizzazione, però, ma un’ ulteriore centralizzazione del potere. La nostra risposta dovrebbe essere quella di democratizzare veramente il potere, di rimetterlo nelle mani delle persone.

Per dare loro un senso di controllo sulla propria vita, sul lavoro e sulla comunità. Si tratta di una vecchia agenda progressista, ma per troppo tempo non siamo riusciti ad applicarla. È ora che i progressisti sostengano il ruolo dei lavoratori nei consigli di amministrazione, sperimentino forme di democrazia locale, diretta e deliberativa, e promuovano forme appropriate di sussidiarietà in materia di polizia, istruzione e politica sanitaria.

Ciò richiede una visione coerente per riprogettare le istituzioni. Avendone l’ occasione, dobbiamo rafforzare le istituzioni, in particolare la magistratura indipendente.

Ma dovremmo andare oltre. Abbiamo bisogno di rinnovare altre istituzioni governative per adeguarle all’ era digitale. E occorre anche rendere il governo più trasparente e aperto e i servizi pubblici più sensibili ai bisogni di chi li utilizza.

L’ alternativa all’ autoritarismo In quarto luogo, le nostre politiche devono diventare globali. Naturalmente, la lotta per le peculiarità delle singole società europee e occidentali dev’ essere combattuta separatamente in ogni Paese. Né l’ Unione Europea né il Consiglio d’ Europa, tanto meno l’ alleanza transatlantica, possono essere di grande aiuto nel contrastare l’ autoritarismo nazionale e fornire un’ alternativa. Eppure, contro il potere del capitale in ambito nazionale è difficile per un governo misurarsi faccia a faccia in modo efficace con le multinazionali.

Allo stesso modo, il rafforzamento dei diritti dei lavoratori a livello nazionale non sempre garantisce che otterranno una quota più equa dei redditi.

Dal momento che molto a livello globale è in mano alle multinazionali, abbiamo bisogno di un’ azione internazionale multilaterale. Se questi organismi non ispirano più fiducia, dobbiamo rinnovarli.

Abbiamo bisogno di una Bretton Woods democratica per affrontare le multinazionali.

Molte delle soluzioni alle sfide economiche locali sono tanto globali quanto locali e lo stesso vale per la sicurezza, l’ immigrazione e l’ identità. La globalizzazione della nostra politica dev’ essere anche un progetto individuale e comunitario. Non ci sarà scampo da Salvini, Brexit o Trump fino a quando non capiremo e ci occuperemo del perché le persone hanno votato per loro. Come movimento globale, abbiamo bisogno di passare più tempo a capire il fascino dei populisti di quanto ne passiamo invece a criticarli.

Questo è un volo globale e nessuno di noi dovrebbe sentirsi solo. Salvini ha già annunciato la sua intenzione di creare una Lega delle leghe – un’ alleanza globale di populisti autoritari. Ha già la sua alleanza con la Russia Unita di Putin. Noi dovremmo rafforzare la nostra alleanza per il progresso globale. Se vinceremo questa battaglia, potremo ancora una volta essere il fondamento di un’ alleanza di democrazie in tutto il mondo.

 

25 Luglio 2018

APPROVATO IL TESTO UNICO CULTURA!

In Regione

Nella seduta del Consiglio Regionale di oggi, 24 luglio 2018, abbiamo approvato i 48 articoli del nuovo Testo Unico sulla Cultura della Regione Piemonte. Un lavoro che ci ha visti impegnati dal primo giorno di Consiglio, in un confronto continuo con gli operatori del settore (anche attraverso l’ampio percorso degli Stati Generali della Cultura in Piemonte) e con le minoranze, per aggiornare una normativa risalente per la maggior parte agli anni ’70 e per semplificare un ambito che contava su decine e decine di leggi e regolamenti di settore.
Ammodernare, abrogare e semplificare vuol dire anche rendere più accessibili e comprensibili le nostre leggi per i cittadini, aumentarne il tasso di democraticità.
Non abbiamo solo stabilito indirizzi per i singoli settori, quali spettacolo dal vivo, cinema, biblioteche, archivi, istituti storici, minoranze linguistiche, musei etc… Ma abbiamo lavorato molto su interventi trasversali quali:

  • l’accessibilità per i diversamente abili di produzioni e beni culturali,
  • l’attenzione al paesaggio e agli itinerari storici e artistici,
  • il coinvolgimento di imprese e cooperative culturali,
  • la tutela dei lavoratori e la valorizzazione del volontariato,
  • le nuove tecnologie,
  • la sperimentazione e la commistione di generi e strumenti.

Il tutto senza dimenticare le risorse, che ci impegniamo ad aumentare di anno in anno e che vogliamo offrire anche con strumenti diversi dal semplice contributo:

  • convenzioni e bandi triennali,
  • fideiussioni,
  • contributi per investimenti in conto capitale e in conto corrente.

Una Regione senza cultura non investe sul benessere sociale ed economico dei suoi cittadini, sulla costruzione della piena consapevolezza del loro essere cittadini e persone; insomma, non crede nel proprio futuro.

Qui di seguito un approfondimento su elementi fondamentali e novità della legge.

24 Luglio 2018

FONDI REGIONALI PER LE IMPRESE CULTURALI

In Regione

PROGRAMMA PLURIENNALE DI INTERVENTO PER LE ATTIVITA’ PRODUTTIVE 2018-20
(Art. 6 L.R. 34/2004)

Il Programma pluriennale per le attività produttive presenta gli strumenti e le risorse finanziarie che verranno attivati dalla Regione Piemonte per lo sviluppo delle attività produttive piemontesi nel periodo 2018-2020.
Le finalità individuate da tale programma sono quelle di sviluppo e qualificazione delle attività produttive, di incremento della competitività, di crescita del sistema produttivo e dell’occupazione, il tutto in una prospettiva di sviluppo sostenibile.

Il programma contiene anche due misure specifiche per il settore della cultura, eccole.

 

Fondo di garanzia per le imprese culturali

Descrizione della misura

La creazione, la promozione, la diffusione e la preservazione di beni e servizi che rappresentano espressioni culturali artistiche o creative. Le attività di questi settori si basano su valori culturali e / o espressioni artistiche e creative, indipendentemente dal fatto che siano orientate al mercato o meno e indipendentemente dal tipo di struttura che le realizza. Tali attività comprendono la creazione, la produzione, la diffusione e la conservazione dei beni e servizi che costituiscono espressioni culturali, artistiche o creative. I settori includono architettura, archivi e biblioteche, artigianato artistico, audiovisivo (film, televisione, videogiochi e multimedia), patrimonio culturale, design, festival, musica, arti dello spettacolo, editoria, radio e arti visive.

Beneficiari

Operatori del comparto culturale che abbiano le seguenti forme giuridiche: lavoratori autonomi, imprese individuali, società di persone, società di capitali, società cooperative, associazioni e fondazioni solo se in possesso di partita IVA e iscritte al REA

Tipo di agevolazione

L’agevolazione regionale prevede la concessione di una garanzia, a costo zero, sui finanziamenti concessi dalle banche convenzionate con Finpiemonte S.p.A., soggetto gestore del predetto Fondo, pari all’80% dell’esposizione sottostante il finanziamento erogato. Al finanziamento viene applicato un tasso di interesse annuo fisso, non superiore all’Eurirs di periodo maggiorato di uno spread annuo massimo determinato dalle singole banche, di cui verrà data adeguata pubblicità. Il Fondo opera come garanzia “sostitutiva”, per cui la banca non potrà richiedere ulteriori garanzie al soggetto beneficiario.

Tempistiche di realizzazione

Necessaria modifica normativa dell’art. 7 strumenti di intervento del DDL 275/2017 (Testo unico cultura) in corso di approvazione e attivazione della Misura. Entro fine 2018

Fabbisogno finanziario

€ 500.000,00

 

Fondo rotativo per le imprese culturali

Interventi a sostegno dell’offerta culturale è finalizzata al sostegno, allo sviluppo, al potenziamento e alla qualificazione dell’offerta culturale. Gli interventi sono attuati a favore delle attività imprenditoriali della cultura, e dei servizi che operano in stretta connessione ed integrazione dell’offerta culturale.

Beneficiari

Imprese del comparto culturale. Nuove imprese nate come evoluzione di organizzazioni culturali o loro rami di attività, costituite in forma di: lavoratori autonomi, imprese individuali, società di persone, società di capitali, società cooperative, associazioni e fondazioni solo se in possesso di partita IVA e iscritte al REA. Le nuove attività dovranno essere costituite da non più di 180 giorni alla data di presentazione della domanda.

Tipo di agevolazione

Le forme di agevolazione possono essere le seguenti : – Finanziamento a tasso agevolato a copertura fino al 75% delle spese ritenute ammissibili, di importo complessivo degli investimenti non inferiore a Euro 50.000,00 (IVA esclusa) rimborsabile in sette anni a rate semestrali posticipate costanti con due semestralità di preammortamento aggiuntive al rientro stabilito.

Tempi di attuazione

Necessaria modifica normativa dell’art. 7 strumenti di intervento del DDL 275/2017 (Testo unico cultura) in corso di approvazione e attivazione della Misura o riferimento alla L.R.34/2004. Entro fine 2018

Fabbisogno finanziario

€ 5.000.000,00

6 Luglio 2018

BANDO PISTE CICLABILI CITTADINE

In Regione

Opere pubbliche, difesa suolo, montagna, foreste, protezione civile. trasporti e logistica

Determina dirigenziale  15 giugno 2018, n. 1784

Bando “Programma di interventi per la sicurezza della circolazione  ciclistica cittadina”

Possono presentare una sola domanda di concessione contributo i Comuni piemontesi con popolazione superiore ai 20.000 abitanti per la realizzazione di piste e percorsi ciclabili protetti.

Il presente Bando e i relativi allegati sono disponibili sul sito della Regione Piemonte

www.regione.piemonte.it/trasporti/sicurezza_stradale/index.htm  www.regione.piemonte.it/trasporti/pisteciclabili.htm

www.regione.piemonte.it/bandipiemonte/cms/

Le domande dovranno essere inviate alla  Direzione Opere pubbliche, Difesa suolo, Montagna, Foreste, Protezione civile. Trasporti e Logistica Settore A1811A – Investimenti, Trasporti e Infrastrutture – Corso Stati Uniti n. 21 – 10128 Torino entro e non oltre le ore 12:00 del 03/08/2018.

Il cofinanziamento statale è fissato nella misura max del 50% ; la restante quota è a carico del soggetto beneficiario.

http://www.regione.piemonte.it/governo/bollettino/abbonati/2018/26/siste/00000080.htm

2 Luglio 2018

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